Tra protezione e dovere: come l’evidenza si traduce in responsabilità professionale
A cura di
di Christian Bracco, coordinatore commissione EBM – Omceo Cuneo
ed Elvio Russi, referente commissione EBM – Omceo Cuneo
Le puntate precedenti
Abbiamo visto come ogni decisione clinica richieda la capacità di integrare conoscenza scientifica, esperienza e contesto personale. Abbiamo esaminato il percorso delle evidenze – dai trial alle linee guida – e il ruolo attivo del medico nella loro applicazione. Ora entriamo nel quadro normativo: la Legge Gelli-Bianco chiarisce i confini della responsabilità, valorizzando l’uso appropriato delle raccomandazioni.

Fattori che influenzano la decisione medica: tra evidenza, contesto e persona
Nel nostro percorso abbiamo visto come la decisione clinica sia un atto complesso che integra evidenze scientifiche, esperienza professionale e valori individuali. La medicina basata sulle evidenze (Evidence-Based Medicine, EBM)1–3 è lo strumento che guida questa sintesi. Ma oggi il medico è anche chiamato a operare entro un quadro giuridico definito, che ne tutela l’autonomia, ma ne richiama anche la responsabilità.
La Legge Gelli-Bianco (L. 24/2017)4 rappresenta il riferimento normativo centrale nel sistema italiano per la responsabilità professionale sanitaria. Un testo che protegge i medici, ma impone anche rigore, aggiornamento, capacità di discernimento e di comunicazione.
Imperizia, imprudenza, negligenza: i confini della responsabilità
Uno dei punti cardine della Legge Gelli-Bianco4 è la distinzione tra tipi di colpa. Il medico può essere sollevato da responsabilità penale per imperizia (cioè per mancanza di competenza tecnica), se ha seguito linee guida o buone pratiche cliniche accreditate.
Questo principio è sancito dall’articolo 6 della Legge 24/20174, che introduce nel codice penale l’art. 590-sexies, in cui si legge:
“Qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto.”
In particolare, la Legge Gelli-Bianco ha istituito il Sistema Nazionale Linee Guida (SNLG), demandando all’Istituto Superiore di Sanità il compito di valutare le linee guida da pubblicare. Tale valutazione avviene secondo il metodo GRADE1,5,6, riconosciuto internazionalmente e adottato in via ufficiale nel Manuale Metodologico SNLG (v. 2.0, 2024)7.
Ne consegue che l’adesione alle linee guida pubblicate sul SNLG garantisce al medico una base giuridica solida, in quanto tali documenti rispondono non solo a criteri scientifici, ma anche a requisiti normativi previsti dalla legge.
La legge protegge, dunque, il medico se segue le raccomandazioni elaborate secondo il metodo Grade e pubblicate sul portale del SNLG; occorre, però, sottolineare che non basta che queste vengano seguite solo formalmente, ma occorre che le adegui al paziente che ha davanti.
Infatti, questa tutela non si estende a negligenza o imprudenza, che restano sempre perseguibili:
- Negligenza – dimenticanze, disattenzione, superficialità.
- Imprudenza – azioni frettolose, non ponderate, o rischiose senza adeguate verifiche.
Seguire le linee guida in modo meccanico, senza valutarne la reale applicabilità al caso concreto, può configurare un comportamento negligente o imprudente. La protezione, dunque, non è automatica: richiede che le raccomandazioni vengano non solo seguite, ma interpretate alla luce delle caratteristiche individuali del paziente.
In altre parole: seguire le linee guida senza senso critico può esporre comunque a responsabilità, se la loro applicazione risulta inappropriata o scollegata dal caso concreto.
La vera perizia: non solo aggiornamento, ma anche senso critico nel tradurlo in atto
Per essere considerato “esente da imperizia”, il medico deve dimostrare di possedere una competenza viva, che si traduce in:
- Aggiornamento continuo, ma anche
- Capacità di giudizio clinico.
Non basta:
- accumulare crediti ECM,
- consultare la sintesi di una linea guida.
Serve:
- conoscere gli studi scientifici che hanno portato alla formulazione di quella raccomandazione;
- comprendere se i criteri di inclusione degli studi coincidono con le caratteristiche del paziente;
- valutare la directness dell’evidenza;
- personalizzare la terapia in base a comorbidità, età, fragilità e preferenze del paziente.
Esempio clinico: Un oncologo prescrive un farmaco previsto dalle linee guida per pazienti fino a 70 anni. Ma il paziente ha 90 anni e numerose patologie. Se si verifica una grave tossicità, il medico non potrà giustificarsi dicendo: “ho seguito la raccomandazione”. Dovrà dimostrare di aver valutato la coerenza tra evidenza e caso specifico. (Vedi Box 1 Narrativo: -Il caso Jackie Kennedy)
Il consenso informato: molto più di una firma
Nel sistema delineato dalla Legge Gelli-Bianco, il consenso informato è uno degli elementi centrali per tutelare sia il medico che il paziente. Non è un modulo finalizzato ad attestare la firma al paziente, ma un processo relazionale.
Il medico ha il dovere di:
- garantire comprensione reale,
- fornire alternative plausibili,
- spiegare rischi, benefici e conseguenze.
Il paziente ha il diritto di:
- accettare, modificare o rifiutare un trattamento,
- partecipare attivamente alla decisione terapeutica.
La documentazione del consenso (o del dissenso) deve essere accurata e completa, perché dimostra che la scelta è stata condivisa, e non imposta o suggerita con tale e tanta autorevolezza di ruolo da precludere al paziente l’esternazione dei suoi dubbi, dei suoi bisogni, delle sue preferenze.
E per decidere, serve saper cercare
Ma per ottenere un consenso davvero informato, il medico deve essere aggiornato. Non può limitarsi a una conoscenza generale. Deve saper verificare ciò che propone.
In questo, la ricerca nelle banche dati scientifiche (come PubMed) è uno strumento imprescindibile.
Il punto di partenza è sempre una buona domanda clinica (modello PICO), che va tradotta in termini di ricerca (vedi Box 2):
- Termini chiave per ciascun elemento del PICO (P, I, C, O),
- Uso degli operatori booleani (AND, OR),
- Applicazione di filtri per tipo di studio, età, popolazione, periodo.
Take-home messages
- Il medico è protetto dalla legge solo se dimostra perizia, cioè la capacità di integrare conoscenze aggiornate con un giudizio clinico critico.
- Seguire le linee guida in modo meccanico può configurare negligenza o imprudenza: ogni raccomandazione va contestualizzata.
- Le revisioni sistematiche e le metanalisi non sono verità assolute, ma strumenti di sintesi che vanno compresi nella loro struttura e limiti.
- Il consenso informato è un atto clinico: è parte integrante del processo decisionale e presuppone tempo, ascolto e comunicazione efficace.
- L’arte medica moderna non si esercita solo con evidenze e protocolli, ma anche con empatia, discernimento e rispetto per l’autonomia del paziente.
- La buona medicina, oggi, si costruisce in tre dimensioni: Scienza (evidenze) + Competenza (esperienza clinica) + Persona (valori e volontà).
Box.1 – Il caso Jackie Kennedy: una lezione di libertà e consapevolezza
Nel 1994, Jacqueline Kennedy Onassis – ex first lady degli Stati Uniti e simbolo mondiale di grazia e riservatezza – ricevette una diagnosi di linfoma non-Hodgkin a grandi cellule B. Una patologia seria, ma non una condanna. In quegli anni, lo schema terapeutico CHOP (ciclofosfamide, doxorubicina, vincristina, prednisone) offriva buone probabilità di remissione completa: fino al 70% dei pazienti rispondeva positivamente.
Il suo oncologo, figura autorevole della scuola americana, le spiegò con chiarezza il percorso, i benefici attesi, i possibili effetti collaterali. Jackie comprese tutto: ogni dato, ogni percentuale, ogni speranza.
Ma rifiutò la terapia. Disse semplicemente: “Ho capito perfettamente. Ma non voglio fare la chemioterapia.”
Non fu un rifiuto confuso, dettato da ignoranza o paura. Fu una scelta libera, consapevole, personale. Accettò la malattia come aveva accettato la vita: con dignità.
Cosa ci insegna questa storia?
Che l’Evidence-Based Medicine non è mai solo scienza. È l’incontro tra dati, esperienza e volontà del paziente. Anche rifiutare una cura può essere un atto medico legittimo, se fondato su un consenso informato e rispettoso della persona.
Box.2 – Esempio operativo
Domanda: “Ha senso iniziare una statina in un paziente iperteso, senza eventi cardiovascolari?”
Ricerca in PubMed:
(hypertension AND “primary prevention”) AND (statins) AND (placebo OR “no treatment”) AND (“cardiovascular risk” OR stroke)
Sapere dove cercare e come valutare ciò che si trova è oggi parte integrante della responsabilità professionale.
Video riassunto dei precedenti articoli
Bibliografia
- Straus, Glasziou, Richardson, Haynes. Evidence-Based Medicine: How to Practice and Teach EBM, 5° edizione. Edinburgh London New York: Elsevier, 2018.
- Guyatt G. Users’ Guides to the Medical Literature: A Manual for Evidence-Based Clinical Practice, 3E, 3° edizione. New York: McGraw Hill / Medical, 2015.
- Ramponi N, Barbari V. Evidence based practice. La guida completa per il professionista della salute. FisioScience, 2021.
- Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie. LEGGE 8 marzo 2017 , n. 24. > Link
- Higgins JPT, Thomas J, Chandler J, et al. Cochrane Handbook for Systematic Reviews of Interventions, 2. edizione. Hoboken, NJ: Wiley John + Sons, 2019.
- Crocetti E. Rassegne sistematiche, sintesi della ricerca e meta-analisi. CreateSpace Independent Publishing Platform, 2015.
- ISS. Manuale metodologico per la produzione di linee guida di pratica clinica v. 2.0. 2024. > Link
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