Martina BONETTO e Paola CENA – Dirigenti medici S.C. Geriatria e cure intermedie AO S.Croce e Carle – Cuneo (Direttore Dott.ssa Vittoria Tibaldi)

Nel congresso regionale 2025 della SIGG Piemonte–Valle d’Aosta, svoltosi a Cuneo, il dott. Marco Marabotto, Responsabile della S.S.D. Cure Intermedie dell’ASO S. Croce e Carle di Cuneo e presidente della sezione regionale SIGG, introduce il tema dell’ortogeriatria ricordando come la frattura di femore nell’anziano rappresenti una vera cartina di tornasole della capacità dei servizi di prendersi cura della fragilità: non solo “riparare un osso”, ma incidere sulla possibilità di tornare a camminare e di mantenere un ruolo nella famiglia e nella comunità.
In questo quadro, l’ortogeriatria viene presentata come un modello paradigmatico di lavoro multiprofessionale, che coinvolge pronto soccorso, ortopedia, geriatria, anestesia, fisiatria, fisioterapia, infermieristica e servizi territoriali. Marabotto introduce le dott.sse Bonetto e Cena, dell’équipe ortogeriatrica dell’ASO S. Croce e Carle, chiamate a illustrare come questi principi si traducano, nella pratica quotidiana cuneese, in percorsi strutturati di presa in carico peri-operatoria dell’anziano fragile e pluripatologico.
La frattura di femore nell’anziano è una “malattia” tempo-dipendente, ad altissimo impatto funzionale, prognostico e sociale. Da oltre vent’anni, all’ASO S. Croce e Carle di Cuneo l’ortogeriatria rappresenta il tentativo concreto di dare una risposta organizzata a questa complessità. L’esperienza cuneese, oggi inserita nel network nazionale GIOG, mostra come la multiprofessionalità possa tradursi in risultati misurabili e in percorsi più fluidi per pazienti e famiglie.

Dalla “umile carpenteria” alla medicina di team
La storia dell’ortogeriatria nasce nel secondo dopoguerra in Gran Bretagna, quando Michael Devas, ortopedico che amava definirsi “un umile carpentiere”, osserva che operare precocemente i pazienti anziani fratturati, mobilizzarli subito e occuparsi anche dei loro problemi medici e sociali ne migliorava nettamente gli esiti. Nel tempo, vari studi prospettici e controllati hanno dimostrato che i modelli di co-gestione ortopedico-geriatrica riducono la degenza, le complicanze, i trasferimenti in terapia intensiva e, in alcuni casi, anche la mortalità¹,²,⁶.
A livello internazionale le raccomandazioni convergono su alcuni punti chiave: chirurgia il più possibile precoce, idealmente entro 24–48 ore; presa in carico interdisciplinare; riabilitazione immediata; continuità ospedale-territorio²⁵.
In Italia, il Gruppo Italiano di Ortogeriatria (GIOG) ha sintetizzato queste evidenze nel documento The management of hip fracture in the older population”, che propone uno standard organizzativo adattabile alle diverse realtà locali⁴. Questo lavoro è stato poi recepito e rafforzato dalle Linee Guida SIOT sulle fratture del femore prossimale nell’anziano, oggi pubblicate nel Sistema Nazionale Linee Guida⁵.

Che cos’è l’ortogeriatria, in pratica
Nel linguaggio della clinica quotidiana, l’ortogeriatria è un percorso clinico-assistenziale integrato per il paziente anziano con frattura di femore, basato su:
diagnosi e accesso da PS,
– ricovero in un reparto di ortopedia con team multiprofessionale,
– valutazione multidimensionale geriatrica e anestesiologica precoce,
– chirurgia entro 24–48 ore, se le condizioni lo consentono²–⁵,
– riabilitazione iniziata dal primo giorno post-operatorio,
– pianificazione della dimissione già dall’ingresso, con attivazione delle risorse territoriali appropriate,
– follow-up ambulatoriale e prevenzione secondaria (osteoporosi e rischio di cadute).

Il modello considerato “gold standard” dalle Linee Guida SIOT è quello di co-management ortogeriatrico, con co-leadership ortopedica e geriatrica su un unico reparto di degenza²,⁴–⁶.

L’esperienza ortogeriatrica di Cuneo
A Cuneo l’ortogeriatria ha una storia ormai ventennale. La prima presa in carico ortogeriatrica strutturata di pazienti over 65 ricoverati in Ortopedia per frattura di femore risale al giugno 2002, con un team composto da geriatra, ortopedico e infermiere dedicata. Successivamente l’attività è proseguita come consulenza geriatrica, per poi tornare, dal 2019, a un modello di presa in carico continuativa, integrato nel network nazionale GIOG 2.0.
La pandemia di Covid-19 ha imposto sospensioni temporanee del servizio nel 2020 e nei picchi successivi, a causa della riallocazione del personale. Nonostante questo, oggi il percorso è nuovamente attivo e coinvolge circa 300 pazienti all’anno con frattura di femore.
Una raccolta dati relativa ai primi quattro mesi del 2025 consente una fotografia sintetica:
– 102 pazienti valutati, con età media 82,9 anni;
– prevalenza femminile (67,6% donne);
– la maggioranza vive in famiglia o con badante (57,8%), un terzo circa vive solo (33,3%), meno del 10% in struttura residenziale;
– 88,9% dei pazienti operati entro 48 ore;
– degenza media 11,7 giorni, con oltre la metà dimessa entro 10 giorni;
– quasi l’80% dei pazienti è deambulante alla dimissione (con o senza aiuto);
– circa due terzi sviluppano almeno una complicanza post-operatoria (anemia, delirium, infezioni, eventi cardio-metabolici), ma la maggioranza mantiene la possibilità di camminare alla dimissione.

Dal punto di vista funzionale, molti pazienti risultano ancora autonomi o solo parzialmente dipendenti sia nelle ADL che nelle IADL; tuttavia la polifarmacoterapia è la regola, con oltre cinque farmaci nel 60% dei casi. Ancora molto bassa, invece, la percentuale di pazienti in trattamento specifico per osteoporosi prima della frattura: solo circa il 20% assume calcio/vitamina D, mentre l’uso di bisfosfonati, denosumab o teriparatide è quasi nullo.

Interfaccia con la medicina generale e il territorio cuneese
Per i medici di famiglia e gli specialisti sul territorio, l’ortogeriatria non è solo un “servizio ospedaliero”, ma un interlocutore naturale in tre momenti chiave:

  1. Prima della frattura: riconoscere il paziente “ad alto rischio” (cadute, sarcopenia, osteoporosi, decadimento cognitivo, polifarmacoterapia) e avviare percorsi di prevenzione (farmacologica e non farmacologica).
  2. Durante il ricovero: essere coinvolti nella raccolta anamnestica (storia farmacologica dettagliata, condizioni funzionali e sociali pre-evento), facilitare il contatto con la famiglia, condividere precocemente il progetto di dimissione.
  3. Dopo la dimissione: garantire la continuità nella gestione delle comorbidità, monitorare aderenza alla terapia anti-osteoporotica, valutare il rischio di nuove cadute, intercettare precocemente declino funzionale o cognitivo.

In una provincia come Cuneo, caratterizzata da ampia dispersione territoriale e popolazione anziana significativa, la qualità del collegamento ospedale–territorio fa spesso la differenza tra un recupero soddisfacente e una progressiva perdita di autonomia, con ricadute importanti sulla rete familiare e sui servizi di lungo-assistenza.

Discussione critica e prospettive per il territorio cuneese
L’esperienza dell’ASO S. Croce e Carle mostra che anche in un contesto di risorse limitate, un modello ortogeriatrico strutturato è in grado di garantire chirurgia in tempi appropriati e un’elevata probabilità di recupero della deambulazione. I dati locali (quasi 9 interventi su 10 entro 48 ore, oltre tre pazienti su quattro deambulanti alla dimissione) si collocano in linea con quanto riportato nella letteratura internazionale sui modelli di co-management, che documentano riduzioni di degenza, complicanze e, in alcune casistiche, anche dei costi complessivi²,³,⁶.
Restano tuttavia alcune criticità. La prima è di tipo organizzativo-strutturale: mantenere in modo stabile un team multiprofessionale dedicato (ortopedici, geriatri, anestesisti, fisiatri, fisioterapisti, infermieri formati), in un contesto di carenza di personale e turn-over elevato, richiede una scelta esplicita di governance aziendale. La storia recente dell’ortogeriatria cuneese – con sospensioni legate all’emergenza Covid e riprese successive – è esemplare da questo punto di vista.
La seconda criticità riguarda la prevenzione secondaria dell’osteoporosi: la bassissima quota di pazienti già in trattamento al momento della frattura segnala uno spazio enorme di miglioramento nella presa in carico territoriale, in collaborazione con MMG, reumatologi, endocrinologi, fisiatri e servizi di riabilitazione.
Infine, resta aperta la sfida della continuità assistenziale: la pianificazione della dimissione, pur avviata fin dall’ingresso, si scontra con la variabilità delle risorse domiciliari, la disponibilità di strutture di riabilitazione intensiva/estensiva e le differenze tra aree urbane e vallate più periferiche.
Per il futuro, la partecipazione al network GIOG 2.0 e al nascente GIOG 3.0 offre alla realtà cuneese l’opportunità di confrontarsi con altri centri italiani, misurare sistematicamente i propri risultati e contribuire alla definizione di modelli sempre più sostenibili e adattati alle esigenze di un territorio montano e rurale come il nostro⁴⁶.

BOX 1 – Ortogeriatria in 8 parole-chiave

  • Paziente: anziano fragile e pluripatologico con frattura di femore
  • Tempo: chirurgia entro 24–48 ore²–⁵
  • Luogo: reparto di ortopedia con team dedicato
  • Valutazione: multidimensionale geriatrica + anestesiologica
  • Obiettivo: mobilizzazione e carico precoci¹,²
  • Strumenti: gestione del dolore, prevenzione delirium, nutrizione
  • Esito: recupero funzionale il più vicino possibile al pre-frattura¹,²,⁶

Continuità: collegamento ospedale–territorio per riabilitazione e prevenzione secondaria⁴,⁵

Box.2 – I numeri dell’ortogeriatria a Cuneo (inizio 2025)

    • ≈300 pazienti/anno con frattura di femore
    • Età media: 83 anni
    • Intervento chirurgico: 97% dei pazienti
    • Chirurgia entro 48 h: ≈89%
    • Degenza media: 11,7 giorni (≥10 giorni nel 44%)
    • Deambulanti alla dimissione: 78,4%

Discussione critica e prospettive per il territorio cuneese

L’esperienza dell’ASO S. Croce e Carle mostra che anche in un contesto di risorse limitate, un modello ortogeriatrico strutturato è in grado di garantire chirurgia in tempi appropriati e un’elevata probabilità di recupero della deambulazione. I dati locali (quasi 9 interventi su 10 entro 48 ore, oltre tre pazienti su quattro deambulanti alla dimissione) si collocano in linea con quanto riportato nella letteratura internazionale sui modelli di co-management, che documentano riduzioni di degenza, complicanze e, in alcune casistiche, anche dei costi complessivi²,³,⁶.

Restano tuttavia alcune criticità. La prima è di tipo organizzativo-strutturale: mantenere in modo stabile un team multiprofessionale dedicato (ortopedici, geriatri, anestesisti, fisiatri, fisioterapisti, infermieri formati), in un contesto di carenza di personale e turn-over elevato, richiede una scelta esplicita di governance aziendale. La storia recente dell’ortogeriatria cuneese – con sospensioni legate all’emergenza Covid e riprese successive – è esemplare da questo punto di vista.

La seconda criticità riguarda la prevenzione secondaria dell’osteoporosi: la bassissima quota di pazienti già in trattamento al momento della frattura segnala uno spazio enorme di miglioramento nella presa in carico territoriale, in collaborazione con MMG, reumatologi, endocrinologi, fisiatri e servizi di riabilitazione.

Infine, resta aperta la sfida della continuità assistenziale: la pianificazione della dimissione, pur avviata fin dall’ingresso, si scontra con la variabilità delle risorse domiciliari, la disponibilità di strutture di riabilitazione intensiva/estensiva e le differenze tra aree urbane e vallate più periferiche.

Per il futuro, la partecipazione al network GIOG 2.0 e al nascente GIOG 3.0 offre alla realtà cuneese l’opportunità di confrontarsi con altri centri italiani, misurare sistematicamente i propri risultati e contribuire alla definizione di modelli sempre più sostenibili e adattati alle esigenze di un territorio montano e rurale come il nostro⁴⁶.

Take Home Messages (per la pratica clinica a Cuneo)

      • La frattura di femore nell’anziano è una vera emergenza tempo-dipendente: la finestra 24–48 ore per la chirurgia deve diventare un obiettivo condiviso da PS, ortopedia, anestesia, geriatria e servizi diagnostici³,⁵.
      • Il modello ortogeriatrico funziona: a Cuneo permette a quasi l’80% dei pazienti di tornare a camminare alla dimissione, nonostante età avanzata e comorbidità multiple, in linea con le esperienze internazionali¹,²,⁶.
      • La prevenzione dell’osteoporosi è il grande “buco” della rete: servono percorsi condivisi ospedale–territorio per identificare e trattare precocemente i pazienti fragili.
      • Il MMG è un attore chiave nella ricostruzione del quadro pre-frattura, nella gestione della polifarmacoterapia e nel follow-up dopo la dimissione.

Bibliografia

  1. Zuckerman JD, Koval KJ, Aharonoff GB, et al. Hip fractures in geriatric patients. Results of an interdisciplinary hospital-care program. Clin Orthop Relat Res. 1992;(274):213-225.
  2. Kammerlander C, Roth T, Friedman SM, et al. Ortho-geriatric service—a literature review comparing different models. Osteoporos Int. 2010;21(Suppl 4):S637-S646.
  3. Orosz GM, Magaziner J, Hannan EL, et al. Association of timing of surgery for hip fracture and patient outcomes. JAMA. 2004;291(14):1738-1743.
  4. Pioli G, Barone A, Mussi C, et al; Gruppo Italiano Ortogeriatria (GIOG). The management of hip fracture in the older population. Joint position statement by Gruppo Italiano Ortogeriatria (GIOG). Aging Clin Exp Res. 2014;26(5):547-553.
  5. Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia (SIOT). Linea guida “Fratture del femore prossimale nell’anziano”. Sistema Nazionale Linee Guida, ISS; 2022.
  6. Marcheix PS, Bouet R, Benad K, et al. Impact of orthogeriatric management on the average length of stay of elderly patients with hip fracture. Orthop Traumatol Surg Res. 2021;107(1):102532.