A cura di
Gianmauro Numico

Oggi commentiamo: Barbash IJ. Building Empathy. JAMA. 2026;335(12):1037-1038.

Spunti di riflessione

  • La sottovalutazione clinica dell’ansia: quante volte derubrichiamo frettolosamente un sintomo d’allarme incipiente (come la tachipnea da distress iniziale) a mero disturbo emotivo o “ansia”?
  • L’asimmetria relazionale in Terapia Intensiva: l’illusione perniciosa, radicata in molti clinici, che il “buon paziente” (o il buon familiare) sia esclusivamente quello che subisce in silenzio le decisioni mediche e manifesta solo gratitudine.
  • Il valore diagnostico dell’istinto soggettivo: la necessità metodologica di iniziare a considerare l’esperienza corporea soggettiva del paziente come un dato clinico reale da integrare ai parametri strumentali.

Commento 

In un’epoca clinica sempre più polarizzata, dominata dal potere corporativo in medicina e da un clima di crescente sfiducia verso gli esperti e le istituzioni sanitarie, il lavoro del professionista medico è diventato indubbiamente più gravoso. Spesso, la nostra principale linea di difesa contro il sovraccarico cognitivo e le tensioni di reparto è una forma di distacco procedurale, un rifugio sicuro nei parametri strumentali e nelle rassicuranti decisioni basate sulle evidenze. Il dottor Ian J. Barbash, pneumologo e intensivista presso l’Università di Pittsburgh, ci offre su JAMA una testimonianza autoptica cruda, descrivendo la sua discesa agli inferi come paziente critico ricoverato per una severa sindrome respiratoria nella sua stessa area di specialità.

Dal punto di vista squisitamente metodologico, è imperativo chiarire che non ci troviamo di fronte a un’evidenza forte. È un personal view, un aneddoto narrativo privo di qualsiasi valenza statistica, che non modificherà i protocolli di gestione dell’ARDS o le linee guida sulla sepsi. Tuttavia, l’assenza di dati randomizzati non equivale in questo caso a un’assenza di rilevanza clinica. Il peso specifico di questa lettura risiede nella lucidità con cui smaschera i bias cognitivi quotidiani che inquinano la nostra pratica di reparto.

Barbash si ammala di una grave forma influenzale nel marzo del 2025 e necessita di un trasferimento in terapia intensiva. Lì, da medico attending abituato ad avere costantemente il controllo, si trasforma rapidamente in quello che noi etichetteremmo con malcelato fastidio come il “paziente difficile”. Sperimenta la fame d’aria, richiede ossigeno ad alti flussi nonostante saturimetrie apparentemente normali e percepisce un senso imminente di morte che viene liquidato, dal personale curante, con l’etichetta fatale di “ansia”. Questo è il nodo nevralgico su cui ogni medico dovrebbe riflettere: il rischio letale di ridurre i sintomi organici a disagio psicologico. Quando Barbash racconta di aver provato la sensazione fisica di “respirare attraverso una cannuccia da caffè” mentre qualcuno lo definiva “ansioso”, assistiamo a un fallimento totale del nostro sistema di decodifica. Alla fine, i suoi istinti si riveleranno esatti, culminando nel riscontro di un’infezione da pneumococco sovrapposta che richiedeva terapie endovenose mirate per scongiurare il peggio.

Quante volte, durante un turno stressante, il nostro battito cardiaco accelera per puro riflesso difensivo quando un paziente osa dirci “conosco il mio corpo meglio di voi”?. La verità, difficile da ammettere nella nostra torre d’avorio accademica, è che i pazienti sentono e vedono cose che noi clinici non possiamo misurare istantaneamente. Barbash confessa che, da giovane medico insicuro, considerava “buono” solo il paziente che ascoltava in silenzio 6. Eppure, la convenzione tacita secondo cui l’assenza di domande promuova le cure migliori si rivela un azzardo empirico.

L’articolo di JAMA ci riporta a una lezione pragmatica fondamentale: gli istinti e le sensazioni corporee dei pazienti devono essere accolti e processati come veri e propri “dati” informativi. Sebbene non posseggano l’oggettività riproducibile di un’emogasanalisi, rappresentano tessere insostituibili per completare il puzzle diagnostico. Barbash si è salvato (anche) perché possedeva il “codice segreto” del linguaggio medico per rivendicare attenzione; un paziente privo di queste competenze è drammaticamente vulnerabile di fronte alla nostra sordità. Quando percepiamo un malato o un parente come petulante, dobbiamo forzarci di vedere oltre il nostro orgoglio leso, riconoscendo che la rabbia o l’invadenza sono spesso manifestazioni di puro terrore di fronte a un pericolo vitale percepito e non ascoltato. L’empatia clinica e l’ascolto attivo delle emozioni non sono dunque una mera laccatura cosmetica per accrescere la soddisfazione dell’utenza, ma uno strumento di appropriatezza diagnostica irrinunciabile e centrale nel lavoro del medico.

“Il consiglio della redazione”
  • Applicazioni pratiche: utilizza la frase “Conosco il mio corpo, c’è qualcosa che non va” come una vera e propria “red flag” clinica, inducendo una revisione critica (re-assessment) immediata dei parametri del paziente prima di somministrare sedativi.
  • Avvertenze: l’etichetta di “ansia” è uno dei più pericolosi bias di ancoraggio in medicina d’urgenza e terapia intensiva. Spesso maschera ipossia incipiente, sepsi silente o insufficienza emodinamica non ancora manifesta ai monitor.
  • Cosa NON fare: non interpretare le domande insistenti, l’irritabilità o la pignoleria dei pazienti e dei loro familiari come un attacco frontale alla tua competenza medica. Quasi sempre sono tentativi goffi di riprendere il controllo in una situazione in cui percepiscono il rischio di morire.

Take Home Messages

  • I sintomi “emotivi” come l’ansia o l’agitazione possono essere l’avvisaglia clinica precoce di un severo deterioramento organico imminente.
  • L’intuizione corporea del malato possiede la dignità di un dato clinico e non deve mai essere trattata come rumore di fondo da azzerare.
  • L’empatia non è una dote caratteriale opzionale, ma uno strumento primario di sicurezza delle cure indispensabile per ridurre gli errori cognitivi.
  • Fermarsi ad ascoltare chi fa domande scomode (“paziente difficile”) disinnesca le tensioni di reparto e previene complicanze che i soli monitor non possono intercettare tempestivamente.
Bibliografia
Barbash IJ. Building Empathy. JAMA. 2026;335(12):1037-1038.