«La tecnologia può aiutarci enormemente, ma non dobbiamo delegarle il pensiero critico»
Elvio Russi – Avvocato Bissoni, dopo quanto abbiamo ascoltato oggi, l’intelligenza artificiale in sanità è ancora futuro o è già presente?
Dora Bissoni – È già presente. Come ci ha spiegato il dottor Corrado Magnino, quando un ospedale acquista, ad esempio, una nuova TAC può trovare già integrati algoritmi capaci di segnalare al radiologo aree sospette. È importante però la distinzione che Magnino ha fatto tra questa IA, progettata e certificata per compiti specifici, e l’intelligenza artificiale generativa, come ChatGPT, che non nasce come dispositivo medico. Sono strumenti diversi e diverso deve essere il nostro atteggiamento nei loro confronti.
Russi – Lei ha insistito molto sul pensiero critico. Perché lo considera così importante?
Bissoni – Perché la facilità con cui oggi otteniamo una risposta può indurci a non domandarci più se quella risposta sia corretta. È un problema che riguarda tutti e in particolare le nuove generazioni. Dobbiamo conservare la capacità di dubitare, verificare le fonti e accettare anche l’errore e l’imperfezione come momenti della conoscenza. Mi sembra significativo quanto ha sottolineato il presidente dell’Ordine degli Avvocati Alessandro Ferrero: l’IA deve aiutarci nella ricerca, non scrivere e pensare al posto nostro. Nel diritto abbiamo già visto le conseguenze di un affidamento acritico, con professionisti incorsi in problemi per avere utilizzato riferimenti giurisprudenziali inesistenti prodotti dall’IA.
Russi – Lo stesso principio dovrebbe valere per il medico?
Bissoni – Certamente, e forse in medicina è ancora più evidente. Abbiamo ascoltato esempi impressionanti: sistemi capaci di contribuire all’interpretazione di un elettrocardiogramma o di riconoscere lesioni dermatologiche sospette. Come ci ha ricordato il professor Luigi Fenoglio, inoltre, le conoscenze mediche evolvono con una rapidità tale che per un singolo professionista diventa impossibile dominare l’intero sapere. L’IA può quindi rappresentare un aiuto straordinario. Ma aiutare a decidere non significa sostituirsi a chi deve decidere.
Russi – E se l’algoritmo sbaglia? Chi è responsabile?
Bissoni – È uno dei grandi problemi giuridici che abbiamo davanti. Bisogna considerare quale sistema è stato utilizzato, per quale finalità, come è stato impiegato e quale ruolo ha avuto concretamente il professionista. Dietro l’intelligenza artificiale esiste una catena di soggetti: progettisti, produttori, strutture che adottano il sistema e professionisti che lo utilizzano. Il diritto dovrà definire sempre meglio le rispettive responsabilità. Ma un principio mi sembra fondamentale: non possiamo limitarci a dire “lo ha deciso l’algoritmo”. Quando sono in gioco salute e diritti della persona, deve rimanere un controllo umano effettivo.
Russi – Quindi la tecnologia non renderà meno importante il medico?
Bissoni – Potrebbe accadere esattamente il contrario. La competenza non sarà competere con la macchina sulla quantità di dati che riesce a elaborare, ma saper interpretare il risultato, riconoscere un’anomalia e capire quando non bisogna seguirne l’indicazione. E qui ritorna il pensiero critico da cui siamo partiti.
Russi – Fenoglio ha prospettato anche una possibilità positiva: utilizzare l’IA per liberare il medico da una parte della burocrazia e restituirgli tempo per il paziente.
Bissoni – È forse uno degli aspetti più interessanti emersi oggi. Se la tecnologia ci permette di svolgere più rapidamente attività ripetitive, il tempo recuperato può essere restituito alla relazione di cura. Perché il paziente non è una sequenza di dati. Ha una storia, paure, aspettative. Un algoritmo può riconoscere uno schema con grandissima precisione, ma la medicina è anche ascolto, giudizio ed empatia. È lì che la presenza del medico rimane essenziale.
Russi – Nel dibattito è entrato anche il tema del nostro “gemello digitale” e di quella condizione che il filosofo Luciano Floridi definisce “Onlife”, nella quale vita reale e digitale sono ormai intrecciate. Che cosa comporta?
Bissoni – Significa riflettere sui dati che lasciamo continuamente e sui profili che gli algoritmi costruiscono su di noi. Questi sistemi cercano di prevedere i nostri comportamenti, ma una persona non coincide con il proprio passato statistico. Possiamo cambiare idea, comportamento, direzione. Dobbiamo preservare, in un certo senso, anche il diritto a essere imprevedibili, soprattutto quando una previsione algoritmica rischia di trasformarsi in un’etichetta.
Russi – Dopo questa giornata, dunque, dobbiamo temere un futuro di medici sostituiti dalle macchine?
Bissoni – Non credo sia questa la domanda giusta. Da ciò che abbiamo ascoltato oggi emerge piuttosto la necessità di capire come integrare capacità umana e capacità tecnologica. L’IA può elaborare enormi quantità di informazioni, riconoscere correlazioni e assisterci nelle decisioni. Ma il giudizio critico, la responsabilità e la relazione con l’altro devono rimanere umani.
Più la macchina diventa capace, più dobbiamo essere consapevoli di ciò che possiamo affidarle e di ciò che invece non dobbiamo delegare. In medicina, dietro ogni dato, ogni immagine e ogni previsione c’è una persona. Ed è quella persona che deve rimanere al centro.