Quando la poesia cura
leggere l’Inferno con gli occhi della medicina
Giovanni MANDOLITI  – 2026 Armando Editore pagg. 158

Avete mai provato a descrivere un dolore così profondo da togliere il respiro, senza riuscire a trovare le parole giuste? È un’esperienza universale. Quando stiamo male, che sia per una ferita del corpo o per un tormento dell’anima, la prima grande sfida è farsi capire. Oggi la medicina moderna, pur con i suoi macchinari all’avanguardia, fatica a comprendere la sofferenza nella sua totalità. È qui che entra in gioco un libro straordinario, capace di unire la scienza medica e la letteratura.

Si intitola: “Quando la poesia cura” e lo ha scritto un medico che di dolore se ne intende. L’autore è un oncologo che ha trascorso la vita nei reparti di radioterapia, affrontando quotidianamente le battaglie dei suoi pazienti. La sua geniale intuizione è stata quella di rileggere l’Inferno di Dante Alighieri non come un semplice testo scolastico, ma come una vera cartella clinica dell’umanità. Leggendo queste pagine, scoprirete che il sommo poeta aveva compreso i meccanismi della sofferenza secoli prima delle moderne neuroscienze.

Non tutti sanno che Dante studiò medicina a Bologna, in un’epoca in cui iniziavano le prime autopsie. Questa profonda conoscenza dell’anatomia umana gli ha permesso di descrivere i tormenti dei dannati con precisione clinica impressionante. L’autore del saggio ci rivela un dato sbalorditivo. I ricercatori di Oxford hanno dimostrato che oltre la metà dei termini utilizzati oggi dai medici di tutto il mondo per misurare l’intensità del dolore nei pazienti si trova già scritta, parola per parola, nelle terzine dantesche.

Il viaggio nell’Inferno diventa così un atlante delle nostre vulnerabilità. Pensate al primo canto, quando Dante si smarrisce nella selva oscura. Non è solo una metafora poetica. L’autore ci spiega che il poeta descrive in modo perfetto un vero attacco di panico, con tachicardia, disorientamento e angoscia. E Virgilio, la sua guida, si comporta esattamente come dovrebbe fare un medico moderno. Ascolta senza giudicare, costruisce un rapporto di fiducia e prende per mano il paziente guidandolo finalmente verso una sicura via di guarigione.

Ancora più affascinante è la spiegazione di ciò che accade nel canto dei suicidi. Dante ci insegna che il dolore, se tenuto dentro, ci distrugge. Ma se riusciamo ad aprirci, a raccontare il nostro trauma e a piangere, creiamo una via d’uscita. La medicina oggi ci conferma che piangere e parlare della sofferenza stimola il cervello a produrre endorfine, i nostri antidolorifici naturali. Dante lo aveva capito settecento anni fa, definendo questa liberazione emotiva come una splendida e immensa finestra vitale per la pace della nostra anima.Questo saggio non è un noioso manuale per addetti ai lavori. È un viaggio emozionante che si legge tutto d’un fiato, perfetto da sfogliare in treno. Ci insegna che le parole hanno un potere terapeutico immenso. Quando la medicina tradizionale arriva al suo limite e non può più guarire, la comprensione, l’empatia e la poesia possono ancora curare. È una lettura che vi cambierà la prospettiva, aiutandovi a guardare alla malattia con occhi nuovi. Un libro luminoso che ci ricorda come sia sempre possibile tornare a riveder le stelle nel cielo buio.

Giovanni Mandoliti, medico chirurgo, specialista in Radioterapia e Oncologia Clinica e Primario Emerito di Radioterapia Oncologica, affianca al rigore della produzione scientifica un profondo interesse per le Medical Humanities e la Medicina Narrativa. Già Presidente dell’Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica, prosegue il suo impegno come Direttore Scientifico della Fondazione Area Radiologica e Presidente del Comitato Scientifico dell’A.I.L. di Rovigo.