Il dottor Duccio Buccicardi, dal 1° settembre 2025 direttore della Struttura complessa di Radiodiagnostica dell’Azienda ospedaliera Santa Croce e Carle di Cuneo, affronta in questo contributo uno dei temi più rilevanti della diagnostica per immagini contemporanea: l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella pratica clinica quotidiana. Laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Genova nel 1997, specialista in Radiodiagnostica dal 2001, perfezionato in Neuroradiologia, Buccicardi ha maturato una lunga esperienza clinica e organizzativa, ricoprendo anche incarichi nella SIRM nell’ambito della radiologia informatica e della gestione delle risorse. Il suo intervento propone una lettura concreta del fenomeno, lontana sia dagli entusiasmi superficiali sia dai timori infondati, per concentrarsi invece su opportunità, limiti e applicazioni già oggi presenti nel lavoro radiologico.

Introduzione
Questo articolo si propone di offrire una visione d’insieme su che cosa sia davvero oggi l’intelligenza artificiale in radiologia: non la narrazione entusiastica di chi presenta ogni innovazione come risolutiva, né la diffidenza aprioristica di chi teme di essere sostituito da una macchina, ma una valutazione onesta, fondata sul piano clinico, di opportunità e limiti.

Il contesto: un sistema sotto pressione
Per capire perché l’intelligenza artificiale sia diventata un tema così urgente in radiologia, occorre guardare ai numeri. In Italia, negli ultimi decenni, la domanda di prestazioni diagnostiche è cresciuta in modo esponenziale, trainata dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle patologie croniche e dalla crescente complessità dei percorsi diagnostico-terapeutici, mentre il numero degli specialisti non è aumentato in misura proporzionata. Questo squilibrio descrive bene la pressione che oggi grava sui servizi di radiologia.

In questo scenario, l’intelligenza artificiale non si presenta come un lusso tecnologico, ma come una possibile risposta strutturale a un problema reale. Non si tratta di sostituire il radiologo, ma di dotarlo di strumenti adeguati a governare una mole di lavoro che, senza supporto, rischia di compromettere sia la qualità diagnostica sia la sostenibilità del sistema. È in questa prospettiva – quella di una radiologia orientata al valore, nella quale l’obiettivo è massimizzare la qualità del servizio riducendo sprechi e inefficienze – che l’IA diventa non solo utile, ma strategica.

Il flusso di lavoro radiologico: dove agisce l’IA
Un errore comune nel dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale in radiologia è quello di ridurla alla sola funzione diagnostica, cioè all’algoritmo che “legge” le immagini al posto del medico. In realtà, l’IA può intervenire utilmente in ogni fase del percorso radiologico, dalla prenotazione dell’esame alla refertazione, e il suo impatto complessivo sul sistema è spesso più rilevante proprio nei punti meno appariscenti.

Inserimento della richiesta e appropriatezza prescrittiva
Il primo punto critico è la gestione delle richieste. I sistemi di supporto alle decisioni cliniche, già esistenti prima della più recente stagione dell’intelligenza artificiale, si fondano su criteri di appropriatezza che aiutano a orientare la scelta dell’esame in rapporto al quadro clinico del paziente. Integrati nei sistemi informatici, possono teoricamente ridurre il numero di esami inutili o ridondanti. Nella pratica, tuttavia, questi strumenti sono spesso apparsi rigidi, poco intuitivi e difficili da usare nei casi complessi.

I sistemi di nuova generazione, potenziati dall’IA, promettono di superare questi limiti: sono in grado di gestire regole più complesse, riconoscere combinazioni cliniche meno lineari e adattarsi meglio ai dati reali del percorso operativo. Il beneficio potenziale è rilevante: se le richieste diventano più appropriate, si alleggeriscono le liste d’attesa e si liberano risorse per le prestazioni davvero necessarie.

Programmazione della lista di lavoro e allocazione delle risorse
La pianificazione delle agende radiologiche è un problema molto più complesso di quanto appaia. Occorre assegnare esami diversi a macchinari diversi, tenendo conto dei tempi di acquisizione, delle urgenze, delle risorse condivise, delle mancate presentazioni e delle necessità particolari di alcuni pazienti. I modelli tradizionali hanno sempre faticato a governare questa variabilità.

L’apprendimento automatico affronta il problema in modo diverso: invece di fissare a priori relazioni rigide tra i parametri, apprende dai dati storici e si aggiorna nel tempo. Le applicazioni concrete includono la previsione delle mancate presentazioni, i promemoria mirati per i pazienti a maggior rischio di assenza, la doppia prenotazione intelligente di alcuni spazi, la programmazione dedicata per pazienti con esigenze speciali e l’informazione in tempo reale sui tempi di attesa previsti. Il vantaggio non è teorico: significa ridurre tempi morti, migliorare l’efficienza e rendere più leggibile il percorso del paziente.

Selezione del protocollo d’esame e ottimizzazione dell’acquisizione
La fase di acquisizione dell’esame è uno dei nodi più delicati del percorso. Un quesito diagnostico incongruente, un’indicazione clinica insufficiente, la mancanza di notizie anamnestiche o l’assenza di esami precedenti possono condizionare pesantemente la selezione del protocollo. Errori in questa fase – omissione di sequenze, campo di vista inadeguato, elaborazione preliminare non corretta – possono rendere l’esame non diagnostico, costringendo a ripetere l’acquisizione con aggravio di tempi e risorse.

I sistemi di IA possono supportare questa fase in più modi: ottimizzazione del posizionamento del paziente, suggerimento di sequenze aggiuntive sulla base dei precedenti, adattamento della dose, scelta del protocollo di mezzo di contrasto, riduzione dei tempi di acquisizione, diminuzione degli artefatti da dispositivi metallici e generazione automatica di ricostruzioni aggiuntive. Molte di queste funzioni sono già presenti nelle apparecchiature di ultima generazione.

Priorizzazione: il triage intelligente della lista di lavoro
Tra le applicazioni più mature e clinicamente rilevanti dell’intelligenza artificiale in radiologia vi è la priorizzazione automatica della lista di refertazione. Algoritmi in grado di riconoscere reperti potenzialmente critici – per esempio emorragie intracraniche, embolie polmonari, pneumotorace iperteso o fratture vertebrali instabili – possono selezionare automaticamente questi esami e riposizionarli in cima alla lista, indipendentemente dall’ordine cronologico di arrivo.

I benefici di questo approccio sono concreti e misurabili: riduzione dei ritardi diagnostici, maggiore tempestività nella presa in carico dei casi urgenti, diminuzione del rischio professionale e miglioramento dell’efficienza del reparto. In quest’area l’intelligenza artificiale ha già mostrato una ricaduta clinica e organizzativa tangibile.

Perception (Riconoscimento delle immagini): l’IA come secondo paio di occhi
Arriviamo al cuore del dibattito: l’IA come supporto alla diagnosi radiologica vera e propria. In letteratura questa funzione viene spesso classificata con il termine perception, cioè il riconoscimento di configurazioni nelle immagini diagnostiche. È il campo nel quale si concentra gran parte della ricerca e quello in cui la questione della responsabilità professionale si fa più delicata.

Le prestazioni degli algoritmi di visione artificiale in specifici compiti diagnostici hanno raggiunto livelli notevoli. In alcune applicazioni circoscritte – come la rilevazione di noduli polmonari alla TC o di tumori mammari nello screening mammografico – gli studi comparativi mostrano risultati molto elevati. Ma questi dati vanno contestualizzati: si tratta di compiti specifici, valutati su serie selezionate e in condizioni sperimentali. La generalizzazione alla complessità della pratica clinica quotidiana resta un passaggio non ancora pienamente risolto.

Per questo, il modello di utilizzo più realistico oggi non è quello della sostituzione del medico, ma quello del “secondo paio di occhi”. L’algoritmo analizza l’immagine in parallelo al radiologo, segnala potenziali reperti che potrebbero essere stati sottovalutati o non rilevati e contribuisce a ridurre gli errori percettivi, che rappresentano una delle cause più frequenti di errore diagnostico in radiologia. Il giudizio clinico, però, resta in capo al professionista, che rimane l’elemento decisivo nella sintesi diagnostica finale.

Fine della prima parte