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Elena Fenocchio, MMG Asl CN2, Alessandro Quercia, NEFROLOGIA ASL CN 1 |
L’osteoporosi è una patologia scheletrica sistemica caratterizzata dalla riduzione della massa ossea e dal deterioramento della microarchitettura. Questa condizione conduce all’aumento della fragilità e del rischio di fratture. La prevalenza è in costante crescita, interessando circa il 20% delle donne statunitensi over cinquanta, con proiezioni che indicano un aggravio epidemiologico a causa dell’invecchiamento della popolazione (Ayers et al. 2023). Le fratture da fragilità comportano morbilità, aumento della mortalità e costi sanitari ingenti, rendendo la profilassi una priorità clinica e di salute pubblica (Cassinat e Wright 2025). La gestione si basa sull’identificazione dei soggetti a rischio, sulla valutazione diagnostica anche sfruttando esami strumentali come la densitometria ossea (DEXA) o integrando la stima del rischio (algoritmo Fracture Risk Assessment Tool dell’OMS) per identificare pazienti con fragilità scheletrica e sull’impiego di farmaci che modulano il rimodellamento osseo, divisi in terapie antiriassorbitive e anaboliche, la cui scelta è rigorosamente guidata da solide evidenze di efficacia (Su et al. 2025).
I bifosfonati rappresentano lo standard terapeutico per la prevenzione delle fratture. Molecole come alendronato, risedronato, ibandronato e acido zoledronico inibiscono l’attività degli osteoclasti, riducendo il riassorbimento osseo (Thal et al. 2023). La somministrazione di bifosfonati riduce il rischio di fratture vertebrali, non vertebrali e femorali nelle donne in postmenopausa e negli uomini (Händel et al. 2023). L’ibandronato riduce in modo marcato le fratture vertebrali e, a dosaggi adeguati, quelle non vertebrali, con un profilo di efficacia paragonabile agli altri agenti (Mendes et al. 2023). Oltre ai bifosfonati, il denosumab, anticorpo monoclonale inibitore del ligando RANK, ha confermato un’efficacia antiriassorbitiva superiore nell’incrementare la densità minerale ossea lombare e femorale (Lyu et al. 2019). Tuttavia, le valutazioni indicano che i benefici nella riduzione del rischio di frattura clinica tra denosumab e bifosfonati rimangono simili, sollevando dubbi sulla reale superiorità clinica nelle prime fasi di trattamento (Thal et al. 2023).
Per i pazienti con rischio di frattura molto elevato o non responsivi alle terapie antiriassorbitive, gli agenti anabolici offrono un’alternativa di importanza strategica per la sanità. Il teriparatide, analogo dell’ormone paratiroideo, stimola la formazione di nuovo tessuto osseo e si è dimostrato significativamente più efficace dei bifosfonati nel ridurre l’incidenza di nuove fratture vertebrali e cliniche (Zhong, Liao e Zou 2022). Il romosozumab, anticorpo monoclonale inibitore della sclerostina, ha evidenziato un duplice meccanismo d’azione, stimolando la neoformazione ossea e inibendo parallelamente il riassorbimento. L’impiego del romosozumab determina miglioramenti della densità ossea nettamente superiori rispetto a placebo, denosumab, teriparatide e alendronato (Ferrer et al. 2025). Le attuali evidenze supportano fermamente l’adozione di terapie sequenziali. Iniziare il trattamento clinico con un agente anabolico per ottenere rapidi incrementi della massa ossea, seguito da un farmaco antiriassorbitivo, consolida i profondi benefici acquisiti nel lungo termine (Su et al. 2025).
La sicurezza dei trattamenti è cruciale nella pianificazione a lungo termine della profilassi. L’uso prolungato dei bifosfonati è associato a eventi avversi rari ma severi, quali osteonecrosi della mascella e fratture femorali atipiche, sebbene i benefici antifratturativi superino ampiamente i potenziali rischi (Ayers et al. 2023). Prima di iniziare terapie antiriassorbitive prolungate, è raccomandabile una valutazione odontoiatrica con igiene dentale e panoramica, al fine di completare eventuali rimaneggiamenti prima dell’avvio del trattamento. Sebbene il rischio di osteonecrosi sia molto basso, un approccio preventivo migliora la continuità terapeutica e riduce le sospensioni non necessarie. I pazienti trattati con acido zoledronico endovena possono manifestare intensi sintomi post dose transitori, ma senza alcun aumento di eventi avversi gravi nel tempo (Gazoni et al. 2023). Riguardo al denosumab, la sospensione improvvisa senza terapia di consolidamento con bifosfonati induce un rapido effetto rebound, con grave perdita ossea e rischio inaccettabile di fratture vertebrali multiple (Quinn et al. 2026). Per gli agenti anabolici, il teriparatide può indurre vertigini e ipercalcemia transitoria, mentre il romosozumab necessita di valutazioni attente nei pazienti con recenti e gravi eventi cardiovascolari ischemici (Ferrer et al. 2025).
L’ottimizzazione metodologica della profilassi non può prescindere da stringenti considerazioni di farmacoeconomia e aderenza terapeutica. Molteplici analisi di costo efficacia confermano inequivocabilmente che l’impiego di farmaci anti osteoporotici, supportati da vitamina D e calcio, genera importanti risparmi netti per i sistemi sanitari moderni, riducendo le ospedalizzazioni e la necessità di cure a lungo termine derivanti dalle drammatiche fratture (Cassinat e Wright 2025). Inoltre, anche lo svolgimento di attività fisica regolare, sia aerobica sia di resistenza, è in grado di stimolare il rimodellamento osseo attraverso la trazione muscolo‑tendinea e di contribuire in modo determinante alla prevenzione delle fratture. L’istituzione di programmi di gestione post frattura, come i celebri Fracture Liaison Services, si è rivelata una strategia organizzativa altamente costo efficace, garantendo metodicamente l’avvio tempestivo delle terapie farmacologiche secondarie in tutti i pazienti a rischio (Li et al. 2023). In sintesi, la corretta profilassi delle fratture osteoporotiche richiede un approccio clinico altamente personalizzato e rigorosamente basato sulle evidenze. L’utilizzo sequenziale di agenti anabolici nelle fasi di rischio elevato, seguito da una costante terapia di mantenimento con antiriassorbitivi, rappresenta oggi il paradigma terapeutico di indiscussa eccellenza per assicurare la massima efficacia preventiva possibile e il miglioramento tangibile degli esiti clinici nei pazienti affetti da fragilità ossea severa.
Bibliografia
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