“Siamo davvero i migliori?”
Viaggio semplice tra i modelli di Sanità nel mondo e dove si colloca l’Italia

Quando si parla di “miglior Sanità del mondo”, le classifiche sembrano dire tutto e il contrario di tutto. Nel 2000 l’Organizzazione mondiale della Sanità collocò l’Italia al secondo posto globale, dietro la Francia: un risultato che fece epoca, ma che negli anni successivi è stato molto discusso per metodo e criteri. Quando si parla di “miglior Sanità del mondo”, le classifiche sembrano dire tutto e il contrario di tutto. La verità è che misurare un sistema sanitario non è semplice: contano gli esiti clinici, certo, ma anche i tempi di accesso, la qualità percepita, la sostenibilità, la protezione economica dei cittadini e la capacità di ridurre le disuguaglianze. 

Per orientarsi, si usano spesso etichette sintetiche. Non sono gabbie perfette, ma aiutano a capire. Più che quattro modelli rigidi e chiusi, oggi è più corretto parlare di grandi famiglie di finanziamento: sistemi finanziati prevalentemente dalla fiscalità generale, sistemi fondati sull’assicurazione sociale obbligatoria, sistemi con forte peso dei pagamenti diretti e sistemi ibridi. Il punto decisivo, però, non è il nome del modello: è la sua capacità di garantire cure necessarie senza difficoltà economiche. È questo, in fondo, il cuore della copertura sanitaria universale secondo l’OMS.

Il modello Bismarck nasce nella Germania di Otto von Bismarck: assicurazione sanitaria obbligatoria, finanziata soprattutto da contributi di lavoratori e datori di lavoro, con una rete di erogatori che può essere pubblica o privata. Ha storicamente garantito buona copertura e pluralità di offerta, ma richiede forte regolazione per evitare frammentazione, crescita incontrollata dei costi e disparità tra assicurati. 

Il modello Beveridge, invece, finanzia la Sanità soprattutto con la fiscalità generale e punta su una copertura universale legata alla cittadinanza o alla residenza. È l’impianto che ispira i grandi servizi sanitari pubblici europei. Il suo punto di forza è chiaro: l’accesso dipende dal bisogno di cura, non dal reddito o dal contratto di lavoro. Il suo limite più noto, quando il finanziamento o l’organizzazione non tengono il passo con la domanda, è il rischio di liste d’attesa e tensioni sulla capacità di risposta. 

All’estremo opposto stanno i sistemi in cui il pagamento diretto “di tasca propria” pesa molto. Qui emerge il nodo che merita di essere sottolineato con più forza: quando cresce il peso dell’out of pocket o di coperture private non universalistiche, aumentano il rischio di rinuncia alle cure, ritardo diagnostico e disuguaglianze nell’accesso. WHO, OECD ed Eurostat insistono da anni su questo punto: la protezione finanziaria non è un dettaglio tecnico, ma una componente essenziale della qualità di un sistema sanitario. Se curarsi costa troppo, l’uguaglianza formale si svuota nella pratica. 

I sistemi “misti” o ibridi combinano invece più elementi. Ma anche qui bisogna essere precisi: non tutti gli ibridi si equivalgono. Gli Stati Uniti rappresentano il caso più noto di forte frammentazione tra programmi pubblici, assicurazioni private e pagamenti diretti. Nel 2024 l’8,0% della popolazione risultava senza copertura assicurativa, e il Commonwealth Fund ha collocato ancora una volta gli Stati Uniti all’ultimo posto tra dieci Paesi ad alto reddito per performance complessiva del sistema, con forti criticità soprattutto sul terreno dell’equità e dell’accesso. È un caso che mostra bene come una spesa elevatissima non garantisca, da sola, né uguaglianza né migliori risultati complessivi. 

La Francia offre invece un esempio diverso di sistema ibrido: la copertura obbligatoria pubblica resta il pilastro, mentre l’assicurazione complementare serve soprattutto a coprire ticket e resti a carico. Secondo la DREES, circa il 96% della popolazione dispone di una copertura complementare. Qui il privato non sostituisce il pubblico, ma si innesta su una base universalistica forte e regolata. È una distinzione essenziale: un conto è integrare un sistema pubblico robusto, un altro è lasciare che il reddito diventi il vero selettore dell’accesso. 

E l’Italia? Il nostro Servizio sanitario nazionale, nato nel 1978, resta strutturalmente un sistema universalistico di tipo Beveridge: finanziamento prevalentemente pubblico, livelli essenziali di assistenza, tutela costituzionale della salute. Negli ultimi anni, però, il peso della spesa privata è cresciuto. Nel 2022 i pagamenti out‑of‑pocket rappresentavano il 23% della spesa sanitaria totale, una quota superiore alla media UE. Inoltre, secondo il Country Health Profile 2025, l’Italia ha registrato nel 2022 il più alto tasso di spesa sanitaria catastrofica dell’Europa occidentale, con un impatto sproporzionato sulle famiglie più povere. Le persone a rischio di povertà hanno riferito bisogni di cura insoddisfatti 2,6 volte più spesso della popolazione generale. A questo si aggiunge il ruolo crescente delle assicurazioni integrative e dei fondi sanitari contrattuali, che stanno modificando – in modo non sempre trasparente – il mix pubblico-privato. Sono numeri che dicono una cosa semplice: il problema non è solo quanto spendiamo, ma chi vogliamo proteggere davvero quando la malattia colpisce. E questo avviene in un contesto in cui la spesa sanitaria pro capite italiana resta inferiore alla media dei Paesi UE15.

Per questo difendere il nostro sistema pubblico non è una posizione ideologica né un riflesso conservatore. È, prima di tutto, una grande opportunità di uguaglianza. Significa ribadire che il bisogno di salute deve contare più del reddito, del tipo di lavoro svolto o della possibilità di stipulare una polizza. Un servizio sanitario pubblico forte non elimina tutti i problemi, ma resta il miglior argine istituzionale contro una Sanità a velocità diverse, in cui chi ha di più si cura prima e meglio, mentre chi ha di meno aspetta, rinuncia o si impoverisce. Ed è probabilmente da qui, più che da qualsiasi classifica, che bisogna partire per giudicare la qualità civile di un sistema sanitario. 

 

Fonti

  1. World Health Organization. World Health Organization Assesses the World’s Health Systems. 7 febbraio 2000. 
  2. McKee M. The World Health Report 2000: 10 years on. Health Policy and Planning. 2010. 
  3. World Health Organization. Health financing. Aggiornamento consultato il 27 marzo 2026. 
  4. World Health Organization. Universal health coverage (UHC). Fact sheet aggiornata il 5 dicembre 2025. 
  5. World Health Organization. Financing for Universal Health Coverage: Dos and Don’ts. 
  6. European Observatory on Health Systems and Policies. Italy: Health System Summary 2024
  7. OECD / European Observatory on Health Systems and Policies. Italy – Country Health Profile 2025
  8. OECD. Health at a Glance: Europe 2024 – Unmet healthcare needs
  9. Eurostat. Unmet health care needs statistics
  10. U.S. Census Bureau. Health Insurance Coverage in the United States: 2024
  11. Commonwealth Fund. Mirror, Mirror 2024: A Portrait of the Failing U.S. Health System
  12. DREES. Complementary health insurance. 28 agosto 2024. 
  13. DREES. Health expenditure in 2024 – Results of the health accounts. 27 ottobre 2025.