| Una nota istituzionale per chiarire il dibattito sulla riforma: opportunità, criticità e condizioni necessarie perché il cambiamento migliori davvero l’assistenza. |
Cuneo, 9 maggio 2026 – In questi giorni si discute molto della riforma della medicina generale e dell’assistenza sanitaria territoriale. L’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della provincia di Cuneo ritiene utile offrire ai cittadini una lettura chiara, oggettiva e non polemica di ciò che sta accadendo, nel rispetto del proprio ruolo istituzionale volto a presidio della tutela della salute pubblica e del lavoro dei professionisti.
La riforma riguarda soprattutto la sanità “fuori dall’ospedale”: medici di famiglia, Case della Comunità, assistenza domiciliare, presa in carico dei pazienti cronici e fragili, telemedicina e collegamento tra territorio ed ospedale. Non è quindi solo un tema organizzativo: riguarda il modo concreto in cui i cittadini accederanno alle cure nei prossimi anni.
Il punto di partenza è il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Nato dopo la pandemia da Covid-19, il PNRR non era un piano destinato solo alla fase dell’emergenza, ma un programma europeo e nazionale di investimenti e riforme pensato per rendere il Paese più moderno, più efficiente e più capace di rispondere alle crisi. In sanità, la Missione 6 punta a rafforzare l’assistenza territoriale, la digitalizzazione, la telemedicina e i servizi di prossimità. Poiché gli obiettivi devono essere realizzati entro scadenze definite, il PNRR resta ancora oggi un riferimento centrale del dibattito pubblico.
Le Case della Comunità, uno degli strumenti principali presenti nella riforma, nelle intenzioni, dovrebbero essere luoghi facilmente riconoscibili dove trovare professionisti, servizi integrati e percorsi più semplici. Il punto di vista del Ministero parte da alcune criticità note: pronto soccorso spesso sovraccarichi, cittadini che faticano a orientarsi tra i servizi, aumento delle malattie croniche, carenza di professionisti e necessità di rendere operative le strutture previste dal PNRR. Questa riorganizzazione viene pertanto considerata come un intervento finalizzato a potenziare i servizi territoriali, ridurre le disuguaglianze e costruire una sanità più vicina alle persone e non come un superamento della figura del medico di famiglia.
È un obiettivo condivisibile, ma la sua realizzazione richiede condizioni operative che oggi non sono ancora pienamente garantite. Alcune criticità sono note ai cittadini e ai professionisti: i sistemi informatici non dialogano in modo completo tra ospedale, territorio e medici di famiglia; la telemedicina, pur prevista, non è sempre utilizzabile; in diverse sedi mancano figure amministrative e collegamenti stabili con gli specialisti. Sono aspetti che incidono direttamente sulla qualità dell’assistenza e sulla continuità delle cure.
La provincia di Cuneo presenta inoltre caratteristiche peculiari: città, aree rurali, vallate, zone montane, distanze significative e difficoltà di mobilità. Un modello organizzativo pensato per aree metropolitane rischia di non adattarsi automaticamente a territori vasti e complessi come il nostro. Le Case della Comunità possono essere uno strumento utile, ma solo se progettate tenendo conto delle specificità locali e delle reali possibilità di accesso dei cittadini.
Le Regioni, secondo le informazioni disponibili, sembrano orientate verso una soluzione graduale e operativa. Il medico convenzionato resterebbe il canale ordinario della medicina generale, mentre forme di rapporto di dipendenza potrebbero essere utilizzate in modo selettivo e complementare, soprattutto per coprire funzioni territoriali strutturate o aree nelle quali vi siano carenze di professionisti. Lo schema richiamato nel dibattito è quindi quello di un “doppio canale”: convenzione riformata come modello principale e dipendenza selettiva per specifiche funzioni territoriali.
Il punto di vista dei medici, letto in senso ordinistico e non sindacale, parte da una consapevolezza: il sistema deve cambiare. La popolazione invecchia, aumentano cronicità e fragilità, cresce la domanda di salute e il territorio deve diventare più forte. La preoccupazione professionale riguarda piuttosto il modo in cui la riforma sarà realizzata, perché solo una trasformazione ben costruita potrà produrre benefici reali per i cittadini.
Una riforma efficace non può limitarsi a spostare attività da un luogo all’altro o a modificare i rapporti contrattuali dei professionisti. Deve garantire funzioni chiare, personale sufficiente, strumenti informatici realmente interoperabili, telemedicina funzionante, supporto infermieristico e amministrativo, collegamenti stabili con gli specialisti e percorsi semplici per il cittadino. Società scientifiche e organizzazioni professionali, tra cui SIMG, CIMO-FESMED e Anaao-Assomed, hanno espresso con accenti diversi la stessa esigenza: il rafforzamento del territorio deve essere accompagnato da organizzazione, formazione, integrazione reale tra ospedale e territorio e risorse chiaramente finalizzate.
Per i medici, un punto essenziale è evitare che la medicina territoriale venga pensata come un piccolo ospedale diffuso. L’ospedale resta indispensabile per urgenze, acuzie, ricoveri e alta specializzazione. La medicina generale, invece, produce valore soprattutto nella continuità: conosce il paziente nel tempo, il suo contesto familiare e sociale, le fragilità, le difficoltà di accesso, la storia clinica e i bisogni che spesso non emergono in una singola prestazione.
Per questo il rapporto fiduciario tra medico e paziente deve restare un elemento da rafforzare, non da indebolire. Per molti cittadini, soprattutto anziani, malati cronici, famiglie e persone fragili, il medico di famiglia rappresenta il primo riferimento sanitario. La preoccupazione dei medici è che una riforma davvero attenta alla salute pubblica debba sostenere questa rete e renderla più solida, evitando di sostituirla con percorsi impersonali, più burocratici o più difficili da comprendere per la cittadinanza.
Dal punto di vista dei cittadini, i possibili vantaggi sono rilevanti: servizi più vicini, minore ricorso improprio al pronto soccorso, migliore presa in carico dei pazienti cronici, maggiore collaborazione tra professionisti, uso più efficace del digitale e percorsi territoriali più chiari. Proprio per questo, però, occorre affrontare con realismo anche le criticità. Le Case della Comunità non possono essere solo edifici nuovi o ristrutturati: devono essere strutture realmente operative, accessibili, dotate di personale, orari adeguati, tecnologie funzionanti, responsabilità definite e collegamenti concreti con gli altri servizi.
Questa attenzione è particolarmente importante in una provincia come quella di Cuneo, caratterizzata da città, aree rurali, vallate, zone montane e piccoli Comuni. Un modello efficace in un’area urbana non è automaticamente adatto a territori vasti e differenziati. Distanze, mobilità, invecchiamento della popolazione e carenza di professionisti devono essere considerati nella programmazione. In caso contrario, il rischio è che cittadini e operatori si trovino di fronte a una riforma formalmente corretta, ma difficile da applicare nella vita quotidiana.
Vi è poi un ulteriore aspetto che l’Ordine ritiene importante sottolineare. Quando una riorganizzazione non è sufficientemente preparata, testata e accompagnata, i professionisti che lavorano a diretto contatto con i cittadini rischiano di essere i primi a subire le conseguenze delle disfunzioni del sistema. Il medico, l’infermiere, l’operatore amministrativo o sanitario che si trova in prima linea può essere percepito dall’utente come responsabile di ritardi, difficoltà informatiche o percorsi poco chiari, anche quando tali criticità dipendono da problemi organizzativi più ampi.
L’Ordine dei Medici di Cuneo ritiene quindi che la riforma possa rappresentare un’opportunità se rafforza davvero la sanità territoriale, valorizza le competenze professionali, tutela il rapporto fiduciario, migliora la continuità delle cure e offre ai cittadini risposte più semplici e vicine. Può invece diventare problematica se resta una riorganizzazione formale, non accompagnata da personale, strumenti, risorse, formazione e integrazione tra servizi.
L’Ordine continuerà a seguire con attenzione l’evoluzione del provvedimento, con spirito collaborativo e vigilanza istituzionale. Il compito dei medici, e dell’Ordine che li rappresenta sul piano deontologico e pubblico, non è alimentare contrapposizioni, ma contribuire a una riforma sostenibile, concreta e orientata alla tutela della salute delle persone.