Per la redazione Elvio Russi e Alessandro Quercia

Introduzione

Negli ultimi anni le cure oncologiche (e, più in generale, i trattamenti oncologici sistemici) somministrate a ridosso della morte sono state assunte come indicatore di inappropriatezza e di scarsa qualità delle cure. È un’idea che rassicura per la sua apparente semplicità: “se tratto troppo vicino al decesso, sto sbagliando”. L’editoriale di Gianmauro Numico ed Elena Fea1 invita però a mettere in discussione questa equazione e a interrogarsi su che cosa significhi davvero “qualità” in oncologia oggi.

  1. Che cosa chiamiamo “fine vita”?
    Nella pratica clinica e nei documenti di programmazione sanitaria, per “trattamenti oncologici nel fine vita” si intendono in genere farmaci antitumorali somministrati nell’“ultimo periodo” della vita di un paziente con neoplasia avanzata. Il problema è che:
  • Il criterio è quasi sempre solo temporale: per esempio “terapie oncologiche sistemiche nelle ultime 2 settimane di vita” oppure “nuova linea di trattamento negli ultimi 30 giorni”.
  • Non esiste un confine chiaro: i lavori in letteratura usano finestre molto diverse (da 6 mesi a 14 giorni prima del decesso), rendendo i dati difficilmente comparabili.
  • La traiettoria di malattia non è lineare: molti pazienti sembrano ancora relativamente stabili, poi vanno incontro a un peggioramento rapido o a un evento acuto (tossicità, infezione, embolia, ecc.) e muoiono in breve tempo.

In questa prospettiva il “fine vita” è spesso breve, improvviso e imprevedibile. Basare il giudizio di appropriatezza solo sulla distanza temporale tra ultima terapia oncologica sistemica e decesso rischia quindi di essere una lettura a posteriori, non utilizzabile come bussola clinica al letto del malato.

  1. Un indicatore di qualità… che non misura la qualità
    Uno degli indicatori più diffusi propone che meno del 10% dei pazienti riceva chemioterapia nelle ultime 2 settimane di vita, soglia ripresa anche da documenti internazionali.
    A prima vista è un numero rassicurante, ma presenta diversi limiti:
  • Dipende dalla popolazione considerata (tipo di tumore, stadio, mix di patologie).
  • Dipende dal tipo di trattamento valutato (chemioterapia citotossica, ormonoterapia, target, immunoterapia).
  • È inevitabilmente ex post: misuriamo la “qualità” solo dopo aver conosciuto la data di morte, mentre le decisioni terapeutiche vengono prese prima, quando il paziente è vivo e la prognosi è incerta.
  • Non è chiaro che cosa misuri davvero: un basso tasso di trattamenti nel fine vita potrebbe riflettere buona appropriatezza… ma anche selezione dei pazienti, errori di codifica, scelte troppo prudenti o pura casualità.

Un buon indicatore di qualità dovrebbe essere valido, affidabile, attuabile e significativo. Nel caso della “terapia oncologica sistemica negli ultimi 14 giorni”, nessuno di questi requisiti è pienamente soddisfatto.

  1. Perché continuiamo a trattare vicino alla morte?
    L’analisi proposta da Numico e Fea ruota attorno a tre domande-chiave:
    1. La morte del paziente è davvero prevedibile?
    La letteratura mostra come le previsioni di sopravvivenza dei clinici siano spesso imprecise, sia per eccesso sia per difetto. Questo vale nei pazienti apparentemente stabili e ancora di più nelle situazioni acute, in cui un evento può essere potenzialmente reversibile o rapidamente fatale. In un contesto simile, individuare “il momento giusto” per sospendere definitivamente i trattamenti attivi diventa estremamente difficile.
    2. Si tratta sempre di trattamenti inutili?
    L’inutilità non può essere dedotta dalla distanza dalla morte, ma dalla probabilità di beneficio in quello specifico paziente, con quella storia di malattia, quel pattern di diffusione, quella velocità di progressione, quei trattamenti pregressi.
    Le nuove terapie target e l’immunoterapia possono indurre risposte significative anche in condizioni cliniche critiche: in molti casi non trattare, per paura di “sforare” un indicatore, significherebbe negare una potenziale chance di sopravvivenza e di qualità di vita.

  2. C’è un legame diretto con la scarsa offerta di cure palliative?
    Una lettura diffusa suggerisce che molto trattamento attivo nel fine vita sia il segno di un mancato accesso alle cure palliative. Gli studi randomizzati su cure palliative precoci, al contrario, mostrano che l’integrazione strutturata con i palliativisti non riduce l’uso dei trattamenti oncologici attivi (almeno in prima e seconda linea), ma migliora la qualità di vita e la pianificazione del percorso.Cure attive e cure palliative, quindi, non sono alternative, ma componenti integrabili di uno stesso progetto di cura. 
  3. Il nodo etico: chi decide che cosa è “troppo”?
    Il modello implicito dietro molti indicatori amministrativi è ancora paternalistico: il medico prescrive, il paziente subisce. In questa logica, decidere che “non si fa più” una terapia oncologica sistemica perché “non ne vale la pena” diventa una decisione tecnica, presa dal professionista, talvolta senza un coinvolgimento pieno della persona.Il richiamo dell’editoriale è invece a una relazione di cura paritaria, dove:
    – la disponibilità di un trattamento con potenziale beneficio, ma anche con rischio di inefficacia e tossicità,
    – viene discussa apertamente con il paziente e, quando opportuno, con la famiglia;
    – la decisione finale tiene conto non solo di curve di sopravvivenza e linee guida, ma di progetti di vita, valori, desideri, percezione soggettiva del tempo che resta.
    Da questo punto di vista, due pazienti con la stessa malattia e la stessa prognosi possono giungere a scelte diverse, entrambe legittime: chi desidera “non forzare più nulla” e chi chiede “di tentare ancora una volta”.
     
     
  4. Quale pratica è proponibile nella nostra quotidianità?
    Gli autori propongono un cambio di prospettiva: ogni morte che avviene durante un trattamento oncologico dovrebbe diventare occasione di riflessione, non di giudizio a posteriori.Alcuni punti operativi emergono con chiarezza.
    – Riconsiderare, caso per caso, la scelta di trattare o non trattare, alla luce dei dati di efficacia e tossicità, ma anche delle preferenze del paziente.
    – Integrare stabilmente le cure palliative nei percorsi oncologici, non come “ultimo binario”, ma come partner precoce nella gestione dei sintomi, delle decisioni difficili e della comunicazione prognostica.
    – Abbandonare la terapia oncologica sistemica nel fine vita come “pagella” della qualità dei reparti e dei professionisti.
    Sviluppare indicatori più significativi, centrati sul controllo dei sintomi, sul luogo di morte desiderato, sulla congruenza tra percorso assistenziale e volontà espressa.

Per i medici di famiglia e gli ospedalieri questo si traduce nella necessità di costruire alleanze terapeutiche solide, condividendo il senso delle scelte con il paziente e con i colleghi della rete, più che inseguendo soglie numeriche difficili da interpretare.

    BOX 1 – “Trattamenti oncologici nel fine vita”: definizioni a confronto

    • Quale intervallo temporale?
      • 6 mesi prima della morte
      • 30 giorni prima della morte
      • 14 giorni prima della morte
    • Che cosa si misura?
      • Ultima somministrazione di un farmaco
      • Avvio di una nuova linea di trattamento
    • Che cosa si esclude?
      • Radioterapia
      • Procedure interventistiche (chirurgia, radiologia interventistica, endoscopia)

    A seconda di come definiamo il fenomeno, il dato cambia in modo sostanziale e rende difficile usarlo in modo uniforme come “pagella” della qualità delle cure.

    Box.2 – Che cosa dovrebbe misurare un buon indicatore di qualità?

    • Un indicatore utile dovrebbe:

      • Essere centrato sul paziente
        • controllo dei sintomi misurato dal paziente
        • coerenza tra preferenze espresse e cure ricevute
      • Riflettere strategie integrate
        • collaborazione tra oncologia, medicina generale, cure palliative, pronto soccorso
      • Guidare miglioramenti reali
        • evidenziare aree di criticità (es. ritardi nell’avvio delle cure palliative),
        • suggerire percorsi di formazione e riorganizzazione dei servizi.
    Discussione critica

    L’editoriale di Numico e Fea ha il merito di spostare l’attenzione dal “quando” al “perché” e al “come” curiamo i pazienti oncologici in fase avanzata. In un’epoca in cui le terapie sono sempre più sofisticate e costose, la tentazione di ridurre la complessità clinica a pochi indicatori amministrativi è forte. Il rischio, però, è duplice.

    Da un lato, si semplifica eccessivamente la realtà: il cut-off temporale tra “giusto” e “sbagliato” è comodo per chi deve monitorare costi e volumi, ma offre poche indicazioni operative al clinico che, in reparto o in ambulatorio, fronteggia la storia individuale di un paziente reale. Dall’altro, si corre il pericolo di condizionare le scelte terapeutiche: un eccessivo timore di “sforare gli indicatori” può trasformarsi in rinuncia a proporre trattamenti che, in una minoranza di casi, potrebbero offrire benefici concreti.

    L’articolo richiama invece una visione più esigente della qualità: non il semplice contenimento delle terapie, ma la loro selettività ragionata, basata su evidenze, sulla prognosi più onesta possibile e sulla condivisione con il paziente. In questo quadro, l’integrazione strutturata con le cure palliative e il coinvolgimento precoce della medicina generale diventano fattori decisivi per riconoscere i bisogni, affrontare i sintomi, discutere obiettivi realistici.

    La sfida per la comunità oncologica (e per i decisori) sarà quella di sviluppare indicatori che misurino ciò che davvero conta per i malati: il controllo del dolore e dei sintomi, la possibilità di scegliere dove e come essere assistiti, la coerenza tra le cure ricevute e ciò che il paziente considera “una buona fine”. Indicatori più difficili da calcolare, ma molto più vicini alla sostanza del nostro lavoro.

     

    Take Home Messages
      • La distanza temporale dalla morte non è un buon criterio unico per giudicare l’appropriatezza di un trattamento oncologico.
      • La terapia oncologica sistemica nel fine vita non significa automaticamente terapia inutile: conta la probabilità di beneficio nel singolo paziente, non solo la data del decesso.
      • Cure palliative precoci e trattamenti attivi possono e devono coesistere, in un progetto integrato di assistenza.
      • Gli indicatori di qualità dovrebbero essere centrati sul paziente, sul controllo dei sintomi e sulla coerenza con le sue preferenze, più che su cut-off temporali.
      • Ogni decesso durante un trattamento oncologico è un’occasione di riflessione clinica e organizzativa, non un semplice “fallimento” da misurare con una percentuale.

    Bibliografia essenziale (stile Vancouver)

    1. Numico G, Fea E. Chemioterapia nel fine vita: le ragioni per cui non è un buon parametro di valutazione delle scelte cliniche in oncologia. Recenti Prog Med 2025; 116: 637-640
    2. Canavan ME, Wang X, Ascha MS, et al. Systemic anticancer therapy at the end of life – Changes in usage pattern in the immunotherapy era. JAMA Oncol. 2022;8:1847.
    3. Earle CC, Park ER, Lai B, Weeks JC, Ayanian JZ, Block S. Identifying potential indicators of the quality of end-of-life cancer care from administrative data. J Clin Oncol. 2003;21:1133-8.
    4. Glare P, Virik K, Jones M, et al. A systematic review of physicians’ survival predictions in terminally ill cancer patients. BMJ. 2003;327:195-8.
    5. Temel JS, Greer JA, Muzikansky A, et al. Early palliative care for patients with metastatic non–small-cell lung cancer. N Engl J Med. 2010;363:733-42.
    6. Greer JA, Pirl WF, Jackson VA, et al. Effect of early palliative care on chemotherapy use and end-of-life care in patients with metastatic non–small-cell lung cancer. J Clin Oncol. 2012;30:394-400.