| Nella foto il dottor Michele D’Agruma, Direttore della S.C. di Neurochirugia ASO S. Croce e Carle di Cuneo |
Perché la neurochirurgia non è “ovunque”: dietro 700 interventi l’anno c’è una rete che non si vede
Il 18 marzo 2026, a Cuneo, un incontro pubblico ha provato a sciogliere un nodo ricorrente nel dialogo tra cittadini e sanità: capire “chi è” davvero il neurochirurgo, di cosa si occupa e, soprattutto, perché un reparto di neurochirurgia non possa essere presente in ogni ospedale. L’evento, nato con l’obiettivo esplicito di tradurre concetti complessi in parole semplici e di favorire domande dirette agli specialisti, ha visto il coinvolgimento di istituzioni locali, media partner e sponsor, e la partecipazione dell’Ordine dei Medici come ponte tra professionisti e comunità.
Dal palco è emerso un punto chiave: la neurochirurgia non è soltanto una “specialità”, ma una funzione ospedaliera ad alta intensità di risorse, competenze e integrazione multidisciplinare. La definizione operativa proposta è chiara: si tratta della branca che si occupa del trattamento chirurgico del sistema nervoso centrale e periferico (cervello, midollo spinale, nervi) e della colonna vertebrale. Questa ampiezza di campo, unita alla variabilità clinica (dal trauma all’emorragia, fino alle neoplasie e alla patologia degenerativa spinale), spiega perché il percorso del paziente sia spesso tempo-dipendente e perché la qualità dell’esito non dipenda solo dall’atto chirurgico, ma dall’intera filiera assistenziale.
Uno dei messaggi più rilevanti per un notiziario professionale riguarda l’organizzazione. È stato richiamato il modello Hub & Spoke: un centro “hub” (nel caso specifico l’ospedale di Cuneo, Santa Croce e Carle) funge da perno per l’alta complessità, collegato a ospedali “spoke” attraverso una rete che consente consulenza, condivisione di dati ed eventuale trasferimento.
La spiegazione ha insistito su due ragioni non negoziabili: sicurezza e appropriatezza.
Alcune discipline, per legge e per necessità clinica, richiedono la disponibilità continuativa di supporti avanzati (rianimazione, anestesia specialistica, diagnostica dedicata, équipe esperte) e volumi sufficienti a mantenere competenze e standard. In questo contesto è stato citato il decreto ministeriale 70 del 2015, che definisce parametri e architettura della rete ospedaliera, includendo la logica delle reti tempo-dipendenti (ictus, infarto, trauma) dove minuti e ore modificano non solo la sopravvivenza, ma la disabilità residua: arrivare presto nel “posto giusto” significa spesso uscire dall’ospedale con una vita autonoma, non soltanto “salvi”.
Il confronto ha valorizzato anche l’esperienza maturata durante la pandemia da Covid, indicata come banco di prova drammatico per la tenuta dei collegamenti tra periferia e centro, e per la capacità di mantenere continuità clinica nonostante vincoli e saturazioni. In questo solco si inserisce l’accento sugli strumenti informatici: è stato descritto l’uso di sistemi di condivisione in tempo reale delle immagini (TAC e risonanze) e dei dati clinici, con un’evoluzione storica evocata dal 2003 al 2024, fino all’impiego di piattaforme primordiali. Il punto non è tecnologico in sé, ma organizzativo: poter vedere subito le immagini consente al neurochirurgo di decidere se centralizzare un paziente (per intervento, monitoraggio o rischio di rapida evoluzione) oppure se gestirlo in sede periferica, evitando trasferimenti non necessari e riducendo il peso logistico per famiglie e territorio.
Un altro passaggio utile per la comunità medica riguarda la “catena” di professionalità senza le quali la neurochirurgia non può funzionare. È stata citata un’équipe di 8 neurochirurghi e, soprattutto, la costellazione di competenze: neuroradiologia (diagnostica e interventistica), neurologia con articolazioni dedicate (neurofisiologia, neuro-oncologia), neuroanestesia e neurorianimazione, algologia, anatomia patologica con neuropatologia, radioterapia, fisiatria e neuro-riabilitazione. A queste si sommano collaborazioni chirurgiche (generale, plastica, maxillo-facciale, ORL) per casi complessi. Il messaggio, per i cittadini, è che “l’intervento” è la punta dell’iceberg; per i professionisti, è un promemoria concreto di quanto l’esito dipenda dalla governance clinica del percorso: diagnosi, timing, sala operatoria, intensiva, follow-up oncologico quando serve, riabilitazione.
In filigrana, l’incontro ha mostrato anche un modello di comunicazione sanitaria: dichiarare i limiti (linguaggio tecnico), invitare alle domande, prevenire l’impatto emotivo delle immagini, riconoscere pubblicamente la competenza dei servizi e il valore della rete provinciale. Ne deriva un invito implicito all’Ordine: sostenere occasioni in cui si rende visibile la complessità “invisibile” dell’ospedale moderno e si rafforza la fiducia attraverso trasparenza e alfabetizzazione sanitaria.
Take home message
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