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Nella foto: la dr.ssa Marilicia MILETO |
A margine del convegno “Neurochirurgia questa sconosciuta”, ospitato nella sala Falco, la redazione OMCeO ha incontrato la dott.ssa Marilicia Mileto, anestesista dell’ASO Croce e Carle di Cuneo. Dalle sue parole emerge un tratto netto: la neuroanestesia non è per lei una semplice articolazione dell’anestesia generale, ma una disciplina che chiede studio continuo, lucidità e una presenza costante accanto al paziente e al team di sala.
Dottoressa Mileto, da dove nasce questo interesse per la neuroanestesia?
«Mi ha colpita fin dall’inizio. La trovo una delle chirurgie più affascinanti, perché richiede competenze molto specifiche e un modo di lavorare diverso. In neurochirurgia l’anestesista non si limita a garantire il sonno e l’analgesia: deve conoscere il tipo di intervento, capire che cosa serve al chirurgo, prevedere i problemi e seguire tutto in tempo reale».
Che cosa rende questo ambito così particolare?
«I nostri farmaci agiscono su un organo sul quale il chirurgo sta operando. Questo significa che ogni scelta anestesiologica incide direttamente sul campo operatorio. Pressione, ossigenazione, perfusione cerebrale, attività neurologica, posizione del paziente: tutto va osservato e governato con grande precisione. È un lavoro molto tecnico, ma anche molto dinamico».
Quanto pesa il lavoro di squadra?
«Moltissimo. In neurochirurgia si parla continuamente, e non per abitudine: si comunica perché ogni passaggio va condiviso. L’anestesista lavora in stretta collaborazione con il neurochirurgo, con i tecnici di neurofisiologia e con tutta l’équipe. Prima si studia il caso, poi si incontra il paziente e la famiglia, si spiegano durata, complessità e rischi dell’intervento, e infine si accompagna il malato lungo tutto il percorso operatorio».
Che cosa non vede il paziente, ma per voi è decisivo?
«L’intensità del monitoraggio. In questi interventi abbiamo davvero tanti parametri da controllare e spesso il paziente resta per ore in posizioni molto complesse. Bisogna preservare la funzione neurologica, ma anche proteggere cuore, polmoni, reni, perfusione d’organo. È il motivo per cui dico che noi abbiamo cento occhi».
E che cosa restituisce, umanamente, questo lavoro?
«La possibilità di accompagnare persone molto fragili in un momento delicato. Spesso arrivano spaventate, qualche volta sono giovani, e sanno di dover affrontare interventi lunghi e complessi. Sapere di contribuire a portarli in sicurezza fino al risveglio dà senso a tutto il lavoro che facciamo».
Nelle parole della dott.ssa Mileto colpisce la naturalezza con cui racconta procedure ad alta complessità come parte del lavoro quotidiano. Ed è forse questo il segno più convincente della sua specializzazione: l’entusiasmo non separato dal rigore, ma dentro il rigore. In una disciplina dove ogni dettaglio pesa, la neuroanestesia appare così per ciò che è davvero: un presidio silenzioso, essenziale, decisivo per la sicurezza del paziente e per la qualità dell’intervento. Un equilibrio che si rinnova ogni giorno in sala.