A cura di: Giuseppe CORNARA
ed équipe medica ADAS

 

Un cambio di paradigma epidemiologico e clinico

“Le cure palliative sono quelle cure che si fanno quando non c’è più niente da fare e prevedono l’uso estensivo degli oppiacei per alleviare o anche accorciare le sofferenze di un morente”. Molti hanno ancora in mente questo mantra quando si affronta il tema del fine vita. Si tratta però di un concetto tanto diffuso quanto falso e ingannevole, che rasenta l’opposto della verità clinica ed epidemiologica della sanità contemporanea.

Oggi la sfida planetaria è dominata dalle malattie non trasmissibili (NCDs) – patologie croniche cardiovascolari, respiratorie, oncologiche e neurodegenerative – caratterizzate da esordio graduale, lunga durata e lenta progressione. I dati OMS testimoniano che queste patologie causano la stragrande maggioranza dei decessi a livello globale, assurgendo a primo problema sanitario mondiale. Il fenomeno è così impattante da aver costretto l’OMS a ridefinire la salute stessa: non più come “stato di completo benessere”, bensì come “capacità di adattamento e di autogestione di fronte alle sfide fisiche, sociali ed emotive”.

Le malattie croniche non sono guaribili, ma gestibili. In un mondo dominato dalla cronicità, la medicina non deve rinunciare al progresso scientifico, ma deve mirare a trattare i sintomi e prevenire le riacutizzazioni, rendendo vivibile la quotidianità dei pazienti, anziché impegnarsi ostinatamente nel miraggio di una restitutio ad integrum impossibile. Per raggiungere questo obiettivo occorre redistribuire le risorse tra medicina ospedaliera e territorio. Il ricovero acuto spesso espropria il malato cronico di una vita attiva. Già negli anni ’70 il modello di Dever evidenziava il paradosso di un’allocazione delle risorse sbilanciata sui sistemi sanitari ad alta tecnologia.

Inoltre, la letteratura internazionale (come il report della Lancet Commission on the Value of Death) mostra come la stragrande maggioranza delle risorse economiche venga impiegata in modo esponenziale proprio negli ultimi due mesi di vita tra accessi in Pronto Soccorso e ricoveri ospedalieri, inseguendo una guarigione impossibile.

La risposta locale: l’applicazione della Legge 38/2010 nella Granda

L’applicazione della Legge 38/2010 nella provincia di Cuneo risponde esattamente a questa esigenza etica e strutturale: organizzare una rete locale integrata che garantisca tempestività, dignità e personalizzazione delle cure nel proprio contesto di vita, evitando l’ostinazione irragionevole nei trattamenti.

Il territorio cuneese garantisce oggi la presa in carico globale attraverso l’articolazione di nodi assistenziali differenziati, coordinati dalle strutture sanitarie pubbliche e supportati dal terzo settore:

  • L’Assetto dell’ASL CN1: la Struttura Semplice Dipartimentale (SSD) Cure Palliative ha la sua sede centrale e redazionale a Busca. Coordina una rete capillare che unisce l’attività degli ambulatori specialistici (attivi presso i presidi di Savigliano, Mondovì e Cuneo), i posti letto residenziali in Hospice e la forte spinta alle cure domiciliari.
  • L’Assetto dell’ASL CN2: opera in forte sinergia integrando i servizi di terapia del dolore con la pianificazione condivisa delle cure nelle fasi avanzate, trovando nel polo ospedaliero e territoriale di Verduno e nelle strutture residenziali dedicate un punto di riferimento per Alba e Bra.
  • La Residenzialità (Hospice): strutture a bassa tecnologia e ad altissimo contenuto relazionale ed extra-specialistico, concepite per il sollievo temporaneo della famiglia o per il controllo di sintomi acuti non gestibili a casa.
  • Il Terzo Settore: rappresenta un esempio virtuoso di risposta ai bisogni del nostro tempo. Realtà storiche del territorio, come la Fondazione ADAS ETS attiva a Cuneo fin dal 1990, lavorano gratuitamente in convenzione e affiancamento alle équipe pubbliche. Questo connubio permette di potenziare la risposta domiciliare, offrendo assistenza medica, infermieristica e psicologica direttamente al letto del paziente.

 

Il Ruolo del MMG e i percorsi di attivazione somiciliare (CPD)

In questo modello territoriale, il Medico di Medicina Generale (MMG) rimane il pivot clinico del percorso del paziente. Le Cure Palliative Domiciliari (CPD) nell’area cuneese si strutturano su due precisi livelli di intensità assistenziale:

  1. Cure palliative di base: coordinate direttamente dal MMG, prevedono un supporto specialistico programmato e cadenzato con il medico palliativista.
  2. Cure palliative specialistiche: attivate nei casi a complessità sintomatologica o psicosociale elevata. L’équipe della SSD Cure Palliative assume la gestione diretta del piano assistenziale, mantenendo il MMG come parte integrante e informata dell’evoluzione clinica.

 

Come attivare il servizio?

L’attivazione avviene tramite richiesta di consulenza specialistica (compilando l’apposita modulistica aziendale o tramite contatto via mail a curepalliative@aslcn1.it) inoltrata dal MMG, dallo specialista ospedaliero o dai medici delle strutture residenziali. Segue una valutazione multidimensionale a domicilio o in reparto per concordare il piano individuale.

Deontologia, DAT e pianificazione Condivisa

Per noi medici dell’Ordine di Cuneo, le cure palliative non sono solo un modello organizzativo, ma un preciso dovere deontologico e bioetico. La legge sul consenso informato e sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT) richiama la necessità di una Pianificazione Condivisa delle Cure (PCC) precoce. Il medico è chiamato a guidare il paziente e la famiglia in un dialogo trasparente, promuovendo la cultura del sollievo. Smettere di rincorrere una guarigione impossibile non significa abbandonare il paziente, ma farsi carico della sua qualità di vita reale.

Conclusioni: sfide future ed evoluzione della disciplina

Il riconoscimento delle cure palliative come disciplina specialistica autonoma e i recenti concorsi per dirigenti medici dedicati indicano un consolidamento strutturale della rete piemontese. La sfida futura per la nostra comunità medica risiede nella precocità della segnalazione.

Integrare il palliativista prima delle ultimissime fasi di malattia, superando la logica dell’emergenza ospedaliera descritta dai dati epidemiologici, permette di ottimizzare il controllo dei sintomi e di preservare la miglior qualità di vita possibile per il paziente e per il suo nucleo familiare nel nostro territorio.